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INTERVISTA LE PERSECUZIONI IN IRAN

Segreti dall’Iran: la guerra ai Baha’ì

di Valeria Pollio

NAPOLI. 11 novembre 2012 - Ancora storie di persecuzioni, discriminazione e libertà negate. Ancora fanatismo religioso. Accade in Iran. E’ qui che milioni di persone di Fede Baha’i vivono con la speranza di poter un giorno dire liberamente al mondo “sono un baha’i e non devo più fuggire”.

Perché i baha’i sono costretti a scappare, a nascondersi, a trovare un luogo in cui sia loro riconosciuto anche un solo diritto. E molti, questo luogo, lo hanno trovato in piccole parti d’Italia, dove non sono considerati “eretici”. Una piccola fetta di questa enorme comunità religiosa è presente anche a Napoli. La questione ci è dunque più vicina di quanto si possa immaginare. Dal 1979, anno della Rivoluzione Islamica, numerosi sono stati gli atti di violenza perpetrati nei confronti dei baha’ì, non ancora liberi di professare la loro religione in seno al territorio di origine perché non musulmani. Il progetto di emarginazione della comunità baha’i si realizza attraverso la persistente negazione del diritto di parola, di assemblea e di credo religioso. Ma non è tutto. Essere membro di una comunità baha’i in Iran, significa anche subire ogni tipo di violenza o sopruso: dalla confisca delle proprietà agli arresti arbitrari, dagli incendi dolosi contro abitazioni private alla distruzione dei cimiteri, dalla chiusura delle attività commerciali alle minacce e umiliazioni pubbliche. Si tratta di atti che il governo islamico considera leciti perché a difesa del pensiero dominante. Le restrizioni, dunque, sono andate ben oltre il culto religioso e l’Iran non ha rispettato i propri obblighi dettati dalla legge internazionale. Possiamo raccontare tutto ciò grazie alle testimonianze pervenuteci da membri della comunità baha’i presenti in Italia e dal rappresentante ufficiale dell’Assemblea Spirituale Nazionale italiana datata 1962, l’Ing. Guido Morisco. Lo scopo dell’Assemblea è guidare la comunità italiana baha’i, di rappresentarla legalmente dinanzi allo Stato italiano, di interagire con gli enti (statali), di promuovere nel Paese i principi di pace e armonia tra le religioni, così come tra scienza e religione, e l’unità nella diversità in quanto vivere con il diverso arricchisce. Secondo quanto dichiarato dall’Ing. Morisco, in Italia purtroppo, viviamo i riverberi delle persecuzioni che si intensificano sempre più in Iran, nonostante la dura e sistematica azione di condanna di tutti i popoli del mondo. «Molti amici iraniani che vivono nel nostro Paese – ha palesato - hanno parenti ed amici imprigionati e torturati per la sola ragione di essere baha’i. Non sono esclusi bambini e giovani studenti». A confermare ulteriormente tale dato di fatto è Ramin, un giovane 28enne laureatosi a Napoli, ovviamente di fede Baha’ì e proveniente da Shiraz (Iran). Trasferitosi nella città campana con la sua famiglia circa dieci anni fa per sottrarsi agli atti di violenza mossi dagli estremisti musulmani al potere e per poter continuare gli studi universitari intrapresi – tra varie peripezie –  in Iran, sa bene quanto costa essere un bahà’ì nella sua terra d’origine dove, nonostante tutto, spera un giorno di ritornare per raggiungere i suoi cari, ancora perseguitati. Per evitare loro serie problematiche in territorio nemico, ci ha chiesto di non rivelare il suo vero nome. «I baha’ì scappano dall’Iran per andare in paesi in cui i diritti umani siano rispettati e non ci sia nessuna differenza tra una minoranza religiosa e un’altra». Il giovane Ramin inizia così a raccontarci di sé e nel farlo ripercorre la sua infanzia e la sua adolescenza vissuta in una comunità baha’ì. Ogni tanto riemergono episodi spiacevoli, quelli che a ricordarli fa male, ma che il giovane ragazzo fa riaffiorare per farci capire fino a che punto possa spingersi il fanatismo religioso. Ci parla del periodo post Rivoluzione Islamica, quando le autorità islamiche ordinavano ai guardiani della rivoluzione di irrompere nelle abitazioni private dei baha’ì e dar fuoco ai loro testi sacri; ricorda di aver sofferto alla notizia che alcuni componenti della comunità di appartenenza, compresi parenti,  erano stati uccisi o imprigionati senza alcun motivo. Ci descrive il terrore negli occhi della madre, infermiera caposala in un ospedale di Shiraz, e la disperazione del padre, impegnato in un organizzazione governativa dedita alle telecomunicazioni. Entrambi, in Iran, sono stati licenziati a seguito del processo definito “la purificazione dei posti di lavoro occupati dagli appartenenti alle sette deviatrici”. La sua parola è quella di un’intera minoranza religiosa, ancora vulnerabile. «Sono a Napoli da più di 10 anni. I miei genitori hanno rinunciato alla propria vita (non facile) in Iran per permettere a me e mio fratello di proseguire con gli studi universitari, cosa che non potevamo fare nel nostro Paese. I giovani bahà’ì, nel nostro territorio di origine, non possono essere ammessi alle università pubbliche; chi è riuscito ad iscriversi, verso la fine del percorso di studi, è stato espulso senza alcuna spiegazione». E in Italia? Alla domanda Ramin sorride e senza alcuna esitazione dice:«Qui non ho mai avuto problemi. All’università non mi hanno mai chiesto il luogo di origine o il credo religioso. Sono stato trattato come altri ragazzi italiani. L’unico ostacolo difficile da superare – tiene a puntualizzare il giovane – per noi stranieri in Italia è la procedura burocratica per ottenere il permesso di soggiorno. Ho dovuto trovare subito un lavoro per non essere espatriato». Le limitazioni imposte agli studenti universitari di fede Baha’ì hanno favorito la nascita del BIHE. Si tratta di un’università istituita dagli stessi bahà’ì, che però non ha una sede ufficiale. «I corsi – ha spiegato Ramin – hanno luogo all’interno delle abitazioni private, con professori baha’ì cacciati via dalle università islamiche perché membri di una comunità religiosa “diversa”. Il governo iraniano non riconosce tale facoltà, tanto che viene considerata un’attività subdola che nasconde l’intento di propagare idee di una pericolosa setta. Si pensi che questa iniziativa è stata più volte bloccata con l’arresto degli insegnanti e degli organizzatori, con conseguente confisca di tutto il materiale di lavoro. Al contrario, tale percorso di studi alternativo e privato, con annessa laurea conseguita, è riconosciuto da molte università del mondo. Queste ultime permettono a noi giovani studenti di fare il dottorato di ricerca o diversi master». La negazione del diritto allo studio è una storia che va avanti dall’inizio della Repubblica islamica dell’Iran quando i più alti organi dello Stato hanno iniziato a discriminare i giovani studenti baha’i. «E’ stato ordinato – ha rilevato il rappresentante ufficiale dell’Assemblea Nazonale - per iscritto, a tutte le università iraniane, di espellere gli studenti di fede baha’i nel momento in cui fosse stata riconosciuta tale la loro religione di appartenenza. Per questa ragione, la comunità si è organizzata con un corso di studi parallelo, privato ed on line, connesso alle migliori università nel mondo». «In Iran – sottolinea e conclude amareggiato Ramin – molti diritti di cui un cittadino qualunque può godere, ad un baha’ì sono stati e sono tutt’ora negati. Diritto allo studio e al lavoro - in ambienti governativi, pubblici e privati - sono un sogno lontano, così come il libero insegnamento, il diritto di riunione e di assemblea. Le riunioni spirituali sono considerate illegali e per questo vietate. I mass media, in particolare giornali governativi e canali televisivi, ci dipingono come dei mostri. Non si fa altro che parlar male della fede Baha’ì, etichettata come “setta deviatrice”». Ramin, oggi 28enne, è un uomo ed ha un notevole bagaglio culturale. E’ ancora più motivato di quanto non lo sia mai stato e non ha nascosto la sua voglia di attivarsi per rendere il suo Paese migliore. Shiraz è la sua terra, e quella Bahà’ì la sua fede: non rinuncerebbe mai a tutto questo.

 

 

 

 

 

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